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"E Se Questo Fosse Il Paradiso? - Come i nostri miti culturali ci impediscono di vivere il Paradiso in Terra"
di Anita Moorjani

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“E se questo fosse il Paradiso” sgretola, uno dopo l’altro,
una serie di falsi miti che impediscono
al potenziale della nostra gioia e della pace interiore
di svilupparsi a pieno, costringendoci all’interno di comportamenti carichi di paure e capaci di ridurre la nostra autostima.

“Amare se stessi è da egoisti”, “bisogna avere sempre pensieri positivi” sono solo alcuni degli infiniti miti
che ci vengono tramandati di generazione in generazione, ma che spesso alimentano le nostre frustrazioni
impedendoci di ricercare la vera felicità e ottenere i benefici derivanti da un adeguato livello di benessere
mentale e fisico pur vivendo momenti di dolore.

 

Con questo eBook potrai

  1. Sfatare i miti che riducono drasticamente la tua autostima
  2. Ricercare la felicità attraverso un lavoro di selfhelp in cui Anita Moorjani ti condurrà per mano
  3. Scoprire i benefici del self coaching
  4. Sperimentare nella vita quotidiana come il paradiso possa rappresentare non un luogo astratto ma uno stato interiore
  5. Cogliere nuove opportunità per migliorare la tua vita e guarire da numerosi malesseri interiori

Estratto dall'eBook:


Mito: 
hai quello che ti meriti

"Sambo, Sambo, piccolo negretto Sambo!” ripetevano le bambine nel parco giochi della scuola mentre circondandomi, mi deridevano a causa della mia pelle scura e dei miei capelli crespi. “Il piccolo negretto Sambo”, un bambino dell’India meridionale dalla pelle scura, era un personaggio di un libro per ragazzi che stavamo leggendo in classe, e sopportare queste crudeli prese in giro era la punizione per il privilegio di studiare in una scuola britannica privata. Fu allora che la mia autostima iniziò a fare un passo indietro.

La mia faccia era rossa per l’imbarazzo e la vergogna, e la mia mente di bambina di otto anni era in preda alla confusione, non sapendo come reagire mentre il cerchio si chiudeva attorno a me. “Perché fanno così?” mi chiedevo, sentendomi indifesa. “Non è colpa mia se ho questo aspetto! Che cosa dovrei fare? Rispondere agli insulti? Cercare di colpirle? Dirlo alla maestra?”.
 Mi sentivo in trappola, incapace di muovermi e trovare il modo giusto per migliorare lo stato dei fatti. Cercai rapidamente con lo sguardo l’insegnante incaricata di sorvegliarci durante la ricreazione.

Alla fine la individuai, ma era all’altro capo del parco giochi e stava scherzando con un gruppo di bambini che giocavano a “ce l’hai” e volevano che si unisse a loro. Non c’era speranza che mi notasse; non sarebbe comunque riuscita a sentirmi con tutta la confusione creata da centinaia di bambini che saltavano la corda, giocavano a palla e così via. Le mie tormentatrici si erano assicurate di essere abbastanza distanti dall’insegnante prima di iniziare a insultarmi. La mia mente non riusciva a trovare nessuna soluzione.

Trattenendo le lacrime, cercai di scappare, sperando di rompere il cerchio che si stringeva su di me. Ma, anche se cercavo di passare, le bambine continuavano a circondarmi, rimanendo vicine e tirandomi per lo zaino per impedirmi di scappare, fino a quando non raggiungemmo il muro di pietra della scuola, ai margini del parco giochi.

 

Sei piccole bulle

Quanto desideravo che il cielo si aprisse con un rombo di tuono e che un supereroe dei programmi Tv che guardavo arrivasse volando e colpisse le mie persecutrici, portandomi in salvo mentre ridevo di tutte loro! Ma a quel punto mi sarei accontentata di qualcosa di molto meno teatrale, per esempio di qualcuno, chiunque, forse anche di una delle altre ragazzine, che improvvisamente si fosse deciso a difendermi e a ribellarsi alle sue compagne. La mia immaginazione considerò tutte le opzioni che desideravo in quel momento ma, purtroppo, nessuna si manifestò, e la comunicazione delle persone che avevo davanti mi sembrava tutt’altro che positiva.

E così rimasi lì, con le spalle al muro e le sei bulle che mi sovrastavano. Ero invisibile a chiunque altro al mondo tranne a queste sei ragazzine, tutte più alte di me. Per un momento considerai di prenderle a calci nelle gambe nel tentativo di liberarmi, ma tutto ciò che riuscii a fare fu di schiacciarmi sempre più contro il muro, cercando di allontanarmi da loro il più possibile, mentre chiudevo gli occhi e aspettavo che dessero il peggio di sé. All’improvviso, la più alta, una bambina di nome Lynette, afferrò le cinghie del mio zaino e quasi mi sollevò da terra. Rimasi in bilico sulle punte dei piedi quando mi tirò a sé, mi guardò dritta negli occhi e sibilò: “Dacci i soldi del pranzo, Sambo!”.

Ormai stavo piangendo, non riuscendo a controllare le lacrime che mi scendevano sulle guance. Tremavo mentre Lynette allentava la presa, in modo che potessi prendere dallo zaino il denaro che mio padre mi aveva dato quella mattina per comprare un succo di frutta e una merendina durante la ricreazione. Proprio quando stavo per consegnare le monete a Lynette, suonò la campanella. Lynette agguantò il denaro dalla mia mano, e tutte le bambine si girarono e cominciarono a correre verso l’ingresso dell’edificio, dove avrebbero continuato la giornata come se nulla fosse successo, fingendo di essere al massimo stadio di felicità possibile. Mentre correvano via, le gambe mi cedettero e crollai a terra. Rimasi lì a singhiozzare senza riuscire a fermarmi e a recuperare la mia concentrazione mentale.

 

Golliwog fuor d'acqua

In quanto bambina indiana in una scuola inglese ai tempi in cui Hong Kong era una colonia britannica, ero proprio una rara eccezione. Ricordo ancora il giorno, all’inizio di quello stesso anno scolastico, in cui mia madre mi portò al colloquio di ammissione con la direttrice, una signora dall’aspetto severo con i capelli corti a caschetto. Il suo atteggiamento, ricco di autostima e superiorità, mi comunicava che ero fortunata ad avere l’opportunità di studiare in quel prestigioso istituto e di conseguenza avrei dovuto essere grata per il privilegio.

Quando cominciai a frequentare le lezioni, non solo le compagne mi schernivano nel parco giochi con l’epiteto “piccolo negretto Sambo”, ma mi chiamavano anche golliwog (o wog, che era ancora più offensivo), dal nome di un personaggio di colore con grandi labbra rosse, capelli crespi e occhi spalancati, molto diffuso nei libri per l’infanzia in quella parte del mondo. Siccome prendevo buoni voti abbastanza facilmente, mi chiamavano anche “perfettina” per distruggere in tutti i modi la mia autostima. Arrivavano persino a forzare il mio armadietto per rubarmi le cose, per esempio le mie nuove matite colorate, solo per dimostrare che potevano farlo. Io ero così timida e introversa che non reagivo mai, continuando a essere un facile bersaglio.

A volte, il bullismo di cui ero vittima mi buttava talmente giù che mi nascondevo in uno stanzino nel bagno delle ragazze e piangevo fino a non avere più lacrime. Altro che felicità e pensieri positivi! Mi ricordo anche parecchie notti passate a piangere fino a quando non riuscivo ad addormentarmi. Mi sentivo intrappolata in un angolo buio e profondo da cui non c’era modo di scappare. Nonostante i buoni voti, odiavo la scuola con tutta me stessa e non sapevo come la mia vita potesse migliorare.

Le prese in giro mi umiliavano perché mi sembrava che avere la pelle scura fosse qualcosa di cui vergognarsi. Ero inoltre convinta che doveva esserci qualcosa di sbagliato nel mio atteggiamento o nelle cose che dicevo, tanto da provocare un tale comportamento negli altri. Ma non riuscivo a capire cosa facessi o dicessi di sbagliato, in modo da poterlo cambiare e da indurre finalmente le mie compagne ad apprezzarmi. Presto iniziai a credere di essere veramente un disastro e di non essere all’altezza di tutti gli altri. La mia autostima era prossima allo zero, alimentata dalla mancanza di successo nelle relazioni con gli altri.

Siccome ero sicura che in qualche modo fosse tutta colpa mia, non ne parlavo mai a nessuno, né alle insegnanti né ai miei genitori. In particolare non volevo deludere mio padre e mia madre, che pensavano che stessi andando molto bene a scuola. Forse avevo anche il presentimento che denunciare le bulle le avrebbe solo fatte arrabbiare di più e che probabilmente si sarebbero vendicate per aver fatto la spia.

Un altro fattore che mi remava contro era che provenivo da una cultura dove abbondavano le disuguaglianze tra i generi, in cui le donne erano considerate cittadine di serie B. Ero perfettamente consapevole di questa disuguaglianza fin da quando ero piccola. Anche se non ebbe un ruolo diretto nella mia esperienza di bullismo, poiché le mie persecutrici erano tutte femmine, questo fattore contribuì a rinforzare la mia bassa autostima in altre situazioni in cui venivo maltrattata e a far venir meno tutta quella energia a cui tentavo di aggrapparmi.

 

E Se Questo Fosse Il Paradiso di Anita Moorjani

 

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Anita Moorjani

Anita Moorjani, è l’autrice del best seller "Morendo ho ritrovato me stessa" (MyLife), il racconto della sua battaglia di quasi quattro anni contro il cancro, culminata in un’affascinante e commovente esperienza di premorte nel 2006, che ha cambiato radicalmente il suo punto di vista sulla vita e il suo concetto di felicità. Il libro, che negli Stati Uniti ha raggiunto la classifica dei best seller a sole due settimane dalla pubblicazione, rimanendoci per nove settimane, è stato finora pubblicato in più di quarantacinque paesi e ha venduto più di un milione di copie in tutto il mondo. Nel febbraio 2015, la Scott Free Productions, di proprietà del famoso regista e produttore hollywoodiano Ridley Scott, ha comprato i diritti per la trasposizione cinematografica di "Morendo ho ritrovato me stessa".

Ora Anita è completamente guarita dal cancro e viaggia per il mondo, tenendo relazioni e seminari, oltre a parlare alle conferenze e a eventi speciali per condividere le profonde intuizioni ricevute mentre si trovava nell’altra dimensione, spunti importanti per il life coaching e il raggiungimento della vera gioia. Viene intervistata regolarmente in vari programmi televisivi di prima serata in tutto il mondo.

Anita è nata a Singapore da genitori indiani. Quando aveva due anni, la sua famiglia si è trasferita a Hong Kong, dove ha passato gran parte della sua vita. Per via delle sue origini e della sua istruzione britannica, conosce molte lingue e fin da piccola parla contemporaneamente inglese, cantonese e un dialetto indiano; in seguito ha anche imparato il francese. Prima di diventare scrittrice e speaker conosciuta a livello internazionale, Anita ha lavorato in ambito aziendale per molti anni.

 

Anita e suo marito Danny si sono recentemente trasferiti da Hong Kong negli Stati Uniti.